La vita senza scampo del proletariato secondo Volvo XC60 Lane Keeping Aid

Settembre 2020, l’agenzia svedese Forsman & Bodenfors, non molto conosciuta in Italia, ma famosa agli addetti ai lavori grazie alla spaccata più epica di Jean-Claude Van Damme, crea un nuovo spot per Volvo cars. Viene presentata la XC60, dotata di Lane Keeping Aid: un sensore in grado di percepire la segnaletica orizzontale e di rimettere l’auto in carreggiata. Lo fa con uno spot incredibile, capace di togliere il fiato, come molti hanno effettivamente detto e fatto notare sui social.

Il momento in cui realizzi che sarà un casino.

La storia è semplice e parla di un ruolo sociale che tutti in qualche modo assumiamo o vediamo assumere: essere genitori. Una coppia, giovane ma non troppo, aspetta un figlio; nei loro occhi percepiamo il terrore più della gioia, ma c’è poco tempo da perdere e molte cose da gestire. Andrà bene? andrà male? Ce la caveremo? Montagne di pannolini, ridurre al grado zero di spigolosità ogni ambiente, svegliarsi ad orari assurdi per comprare ulteriori pannolini e nel frattempo vivere la propria vita.

Obiettivo: spigoli zero.

Si corre, abbiamo fretta e nemmeno ci si accorge di quello che facciamo. Tutto diventa una routine che si reitera tra uno sbadiglio e l’altro. Fino al momento in cui tutto rimane sospeso per un istante. Si cede alla fatica accumulata di mesi e ci lasciamo andare. Perdiamo il controllo della traiettoria per ritornare presenti a noi stessi un secondo dopo e non capire cosa sia successo.

Una musica accompagna questa frenesia del quotidiano. Una melodia che davvero non avevamo mai sentito durante uno spot automotive. Non ci troviamo nell’immaginario futuribile della mobilità, non interpretiamo il ruolo di pionieri della tecnologia automobilistica. Quello che sentiamo è un banjo. Stiamo ascoltando una ballata folk. Siamo nell’america di inizio novecento e la gente a quei tempi costruiva le ferrovie a mano e scavava per cercare l’oro e gli andava bene se non gli sequestravano i terreni, la casa e il bestiame per costruirci le suddette ferrovie.

È chiaro che una musica del genere non la si sceglie a caso, tra mille altri brani presenti all’interno di un database, ed è altrettanto chiaro che si vuole far passare un’idea ben precisa. E portare me, che sto guardando quello spot, a fare un certo tipo di riflessione. O forse sono io che trovo ogni appiglio per ritornare a quel tipo di riflessione, perché mi sembra che faccia capolino ogni tanto ma in qualche modo la spingo sempre via.

Quella canzone si chiama “Hard Times in the Mill” ed è una ballata folk. Una canzone popolare composta agli inizi del secolo scorso dai lavoratori del Columbia Duck Mill, un impianto di produzione tessile costruito nel 1935 nei pressi del canale Columbia nella Carolina del Sud. Fu il primo mulino completamente elettrico dedicato alla produzione tessile, ed è facile immaginarlo come scenario delle lotte operaie del tempo. Grazie al meticoloso lavoro di Pete Seeger, oggi possiamo ancora ascoltarla all’interno del suo album “American Industrial Ballads”, prodotto dalla folkways records nel 1956.

Columbia Duck Mill | Image courtesy Richland Library

Pete Seeger nasce nel 1919 a New York, figlio del musicologo Charles Seeger e della violinista Constance de Clyver Edson. Fin da subito la sua vita sarà immersa nella musica e nell’esplorazione delle melodie popolari.

Diventerà il precursore di quel folk americano che farà la storia grazie alle voci di Joan Baez, Bob Dylan, Bruce Springsteen. Da sempre schierato dalla parte degli ultimi, dei lavoratori, dei neri, tra le fila del partito comunista americano.

Pete Seeger By Fred Palumbo, World Telegram staff photographer

Questo spot l’ho guardato e riguardato e qualcosa rimaneva sospeso nella mia mente. Certo, una lieve sensazione di ansia inizialmente, col tempo maturata in una riflessione più profonda.

Una pubblicità arrivata dritta da una Svezia che come sempre spicca quale paese progressista d’Europa, ma dove ciò nonostante, essere genitori ( I “The Parents” del brief di agenzia) è, a quanto pare, l’inferno di tutti i genitori del mondo conosciuto, o almeno di quelli che conosco.

“Senza fiato” acquista una nuova accezione; non c’entra la suspense, il taglio cinematografico e il montaggio curato al millimetro. Quel “senza fiato” è più profondo, riguarda l’impegno quotidiano di tenere insieme i pezzi, di farcela nonostante si lavori entrambi, quando si è fortunati; senza appoggiarsi agli aiuti sociali o senza volerne chiedere; perché ce la dobbiamo fare da soli. Riguarda il fatto che mentre lo guardi forse lo stai vivendo o che stai pensando che potrebbe essere un’idea e poi ti dici “ok, forse più in là”.

Ed è così che va allora, giorno dopo giorno. Sono tempi duri. Come canta dolcemente Pete Seeger, pizzicando le corde del suo banjo, ci si deve svegliare alle 5 tutte le mattine, vivi o morti.

Sembra proprio che non ci sia più il tempo di capire che si è vivi; troppe cose da gestire, troppe poche le ore per farlo. Resta l’immagine di una vita vissuta di corsa, che ci nega la possibilità di capire che qualcuno o qualcosa ce l’ha appena salvata. E il viaggio continua, riprende il nostro tran tran.

È stato bello vedere come ancora oggi una pubblicità può portare in sé molteplici livelli di lettura, senza presentare una visione polarizzata del mondo. Una pubblicità che instilla il beneficio del dubbio nello spettatore, portandolo a riflettere su quello che vede e non ad assorbire come una spugna tutto ciò che gli viene propinato.

Una pubblicità che non ci prende per stupidi.

It’s hard times in the mill.

meaning over the text

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